Il carnevale persicetano

Il Carnevale storico persicetano è una manifestazione carnevalesca unica nel suo genere che si ripete ormai da centoquarantacinque anni, e che si basa sulla sfilata di carri carnevaleschi. La sfilata culmina con lo spettacolo dello Spillo che viene valutato da una giuria di esperti e che porta alla definizione di una graduatoria che anno dopo anno consacra un vincitore del Carnevale.

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Il Carnevale persicetano nacque ufficialmente il 15 febbraio 1874. In realtà già negli anni precedenti si svolgevano manifestazioni carnevalesche in paese e negli archivi si trovano testimonianze di eventi risalenti all’inizio del diciassettesimo secolo. Nel 1873, appena finito il periodo di Carnevale, grazie all’intuizione di alcuni intraprendenti persicetani, si cominciò a pensare all’anno successivo. L’idea era quella di riunire le numerose iniziative presenti in paese e di gestirle tramite un’unica associazione che avrebbe preso il nome di Società del Bertoldo con l’obiettivo di organizzare un Carnevale più democratico in cui tutto il popolo fosse partecipe. Nel corso degli anni la società del Bertoldo ebbe naturali evoluzioni tanto da diventare nel tempo la società Bertoldo e Bertoldino che poi confluì nell’attuale Associazione Carnevale Persiceto. Le guerre e le crisi economiche determinarono la sospensione del Carnevale in alcuni periodi che ancora si interruppe dal 1956 al 1969 nel mezzo di forti contrasti politici locali per poi rinascere in maniera ancora più spettacolare nel 1970; da allora non ci sono più state interruzioni.

Come per ogni Carnevale che si rispetti, anche quello di San Giovanni in Persiceto aveva bisogno di una maschera. Questo fu subito chiaro agli organizzatori che la individuarono nel personaggio di Bertoldo. Bertoldo, assieme al figlio Bertoldino e alla moglie Marcolfa, fu un’invenzione letteraria del cantastorie e scrittore locale Giulio Cesare Croce (San Giovanni in Persiceto 1550 – Bologna 1609). Nell’opera “Le sottilissime astuzie di Bertoldo”, scritta dal Croce nel 1606, il villano Bertoldo incarna la quintessenza dell’arguzia, dello sberleffo irriverente e del linguaggio essenziale, diretto e fatto di cose concrete. Per questo ed altre cose ancora, Bertoldo, entrato nell’immaginario collettivo come il contadino “scarpe grosse e cervello fino”, fu pensato come maschera rappresentativa del Carnevale Persicetano. Tuttavia, secondo gli organizzatori, le caratteristiche della maschera sarebbero dovute essere diverse dal personaggio originale del Croce. Il Bertoldo carnevalesco non sarebbe stato il villano alla corte del Re, bensì il Re della giocondità, del buon umore, della buona cucina, paternamente indulgente alle scappatelle dei giovani e alle sentimentali distrazioni delle belle donne. Un sovrano, insomma, che parla e tratta con il popolo nella maniera più democratica. Pur avendo molti punti in comune, il Bertoldo del Croce e il Re Bertoldo del Carnevale persicetano, non possono quindi essere considerati la stessa cosa. La maschera di Re Bertoldo ebbe una decisa evoluzione nei primi anni di vita e assunse le sue caratteristiche attuali grazie agli autori dei discorsi in dialetto che il Re teneva in teatro per l’apertura dei Corsi Mascherati, tradizione che si perpetua tuttora.

La manifestazione mantiene la sua struttura originaria dalle origini e consiste nella sfilata di carri allegorici che avviene su due domeniche, la prima è La domenica degli Spilli, la seconda è La domenica delle Premiazioni. L’apertura delle manifestazioni carnevalesche è affidata a Re Bertoldo attraverso la lettura del discorso della Corona, una composizione dialettale che alle origini veniva fatta in teatro comunale mentre ora avviene nella Piazza del Popolo, il cuore pulsante del paese.

Piazza del Popolo, nei giorni di Carnevale, diventa un gigantesco teatro; addossata al Palazzo Comunale viene infatti montata una tribuna che contiene un migliaio di spettatori mentre la Chiesa Collegiata e alcuni palazzi di architetture varie che raccontano la storia del paese, fanno da scenografie naturali e urbane al teatro di popolo, il luogo dove ogni anno una comunità gioca in maniera intelligente con le proprie radici rurali. I carri di Carnevale attualmente sono dodici e sono realizzati da altrettante società carnevalesche, distinti in carri di prima e di seconda categoria. Ciascuna di queste conta decine o centinaia di affiliati e di simpatizzanti. Ogni Società ha un proprio nome e si distingue per caratteristiche e peculiarità, declamate anche in lingua dialettale: Ocagiuliva, Jolly & Maschere, Mazzagatti, I Gufi, Accademia della Satira, Maistóf, I Corsari, Angeli, Brôt & Catív, Afidi della Scarpa, Figli della Baldoria, Treno. Il Treno è la società più antica ancora in vita essendo nata nel 1927 mentre le società più vittoriose sono l’Accademia della Satira e i Pipistrelli con tredici successi ciascuno; i Pipistrelli non sono più in attività dagli anni Ottanta.

Ogni società ha un progettista, generalmente un architetto o un’artista, che elabora un progetto che poi i vari componenti della società dovranno realizzare. Alcuni di questi progettisti, che vengono definiti professori, sono stati artisti famosi a livello nazionale o internazionale, come ad esempio Quinto Ghermandi, Pirro Cuniberti, Giansebastiano Sani, Mario Martinelli, Giorgio Celli.

Oltre ai Carri di Prima Categoria sfilano anche le mascherate di gruppo e le mascherate singole, pure loro sottoposte a una competizione e a una premiazione.

I carri cominciarono a sfilare per le strade di Persiceto già da quel lontano 1874. Si formarono società tra gruppi di amici, di conoscenti e si intraprese quella che, nel corso degli anni sarebbe diventata una grande e meravigliosa avventura carnevalesca. Poco alla volta questa avventura cominciò a sviluppare una magia, quella dello Spillo, caratteristica unica e inimitabile del Carnevale persicetano. Spillo è l’italianizzazione del vocabolo dialettale Spéll che nell’Ottocento assumeva il significato citato dall’antico vocabolario di dialetto bolognese della Coronedi Berti; alla voce Spéll si legge infatti: “Il trasfigurare, il far mutare effige e figura; e lo diciamo di que’ giuochi che si fanno ne’ spettacoli. Diciamo che una cosa l’ha fat spel quando, avendola sott’occhio, a un tratto non la vediamo più”.

Lo Spéll del Carnevale di Persiceto coincide infatti con il momento in cui, in Piazza del Popolo, il carro racconta una storia trasformandosi in un qualcosa di diverso e svelando alla giuria e al pubblico il significato dell’allegoria per il quale è stato costruito. Il carro non solo svela cose nascoste al suo interno ma può anche assumere forme che, nelle costruzioni meglio riuscite, lo rendono completamente diverso dalla struttura originale.Il carro si fa così palcoscenico, la piazza diventa teatro e la sfilata si muta in rappresentazione.

L’origine dello Spéll è probabilmente da individuare nei primissimi anni della manifestazione carnevalesca quando una società, la Società dei Venti, realizzò nel 1885 un carro che mutava aspetto durante la sfilata. Dagli anni successivi questa caratteristica fu ripresa dalle altre società e mai più abbandonata. Quindi, fin quasi dalle origini, lo Spillo è la caratteristica fondamentale dei corsi mascherati di Persiceto, caratteristica che giustifica ampiamente la denominazione di Città dello Spillo assegnata al paese un paio di anni fa dall’Amministrazione Comunale. Con il passare degli anni e con l’evolversi della tecnologia, lo Spéll ha subito una continua evoluzione, ma nel suo significato è rimasto quello di un secolo fa.

Ecco allora che, la prima domenica delle manifestazioni, i carri delle società carnevalesche si fermano in Piazza del Popolo, trasformata in teatro per l’occasione. Quando il carro è in piazza ha quindici minuti di tempo per raccontare la sua storia. La può raccontare con l’ausilio di attori, di una colonna sonora, con le figure costruite sul carro e soprattutto con i movimenti dello stesso. Nel corso degli anni lo Spillo del Carnevale di Persiceto si è consolidato come una grande opera di artigianato che include, oltre agli aspetti meccanici ed elettronici, anche le arti della recitazione, della pittura, della scultura, della musica e della letteratura. Si tratta però di un’arte effimera. Mesi di lavoro in cantiere solo per quei quindici minuti. I carri dopo lo Spillo continuano a sfilare per le vie del centro storico ma, da quel momento in poi, diventano carri normali, privi della magia che li ha caratterizzati durante lo Spillo.

Lo Spillo viene valutato da una giuria composta da tre esperti che emettono verdetti sull’architettura, sulla pittura, sulla scultura, sul soggetto e sullo svolgimento. I giudizi si traducono in voti e in una classifica finale che sancisce la vittoria dell’ambito Gonfalone che verrà custodito dalla società prima classificata fino al Carnevale successivo.

La Giuria redige infatti una relazione elaborando una valutazione per ciascuno dei tre elementi di valutazione: Pittura e Scultura; Architettura e Costruzione; Soggetto e Svolgimento. La Giuria assegna un punteggio per ciascun elemento stilando una graduatoria definita dal risultato complessivo ottenuto.

I giurati sono scelti da un notaio in base alle loro competenze; tra i giurati si ricordano il giornalista e scrittore Michele Serra, che scrisse su Repubblica un articolo dopo la sua partecipazione, il cantante e scrittore Roberto Freak Antoni, il presentatore Enzo Tortora, l’entomologo e artista Giorgio Celli, la giornalista Serena Dandini oltre ad altri innumerevoli architetti, pittori e registi più o meno conosciuti in ambito locale e nazionale.

Se nella domenica dello Spillo ogni carro racconta una storia, la domenica della premiazione è il momento della competizione e della rivalità. I voti sono espressi in trentesimi, e corredati da un giudizio. E la lettura dei pareri espressi dalla giuria per ciascun carro è il secondo grande spettacolo, dopo lo Spillo, del Carnevale Persicetano. I carri entrano in piazza uno alla volta, si fermano al centro e ciascuna società si schiera tutt’attorno in trepida attesa. Il presentatore apre la busta contenente il giudizio e un breve silenzio denso di aspettative cala sulla piazza. Quello che ha scritto la giuria scatenerà un’immensa gioia o profondissime delusioni. E queste emozioni si manterranno per un anno intero, fino a quando il Gonfalone non sarà di nuovo messo in palio.

Infine, il lunedì successivo, le società si ritrovano tutte assieme in un grande spazio pubblico, in compagnia dei giurati, per il “Processo del lunedì”, un momento di confronto, tra goliardia e professionalità, in cui i giudici spiegano le motivazioni delle loro scelte e i carnevalai accolgono, oppure contestano, i pareri dei professori che li hanno giudicati.

San Giovanni in Persiceto, durante il Carnevale, è il Carnevale stesso. Ogni società ha più di un centinaio di soci e, considerando le rispettive famiglie, o gli amici, si può dire che il numero di persicetani attivamente coinvolti nella manifestazione oscilla tra le duemila e le tremila unità. Per il paese il Carnevale è un momento di grande aggregazione; nelle società convivono contemporaneamente bambini, ragazzi, genitori, adulti e anziani. Il Carnevale è anche un momento di alta creatività dove il tempo dedicato assume un grande valore di coesione sociale nella realizzazione di un progetto artistico. La competizione è fortissima, un vero e proprio palio cittadino; tuttavia questa competizione, corredata dagli sfotto e dagli sberleffi dei vincitori nei confronti delle altre società, è uno degli elementi aggreganti che fanno sì che l’identità paesana sia un sentimento fortemente radicato in quasi tutti i persicetani.

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